D’estate, sotto le alte fronde della Quercia del Duca, il sole filtra appena e il caldo soffocante non arriva. Una fitta siepe di biancospino cinge la radura con al centro il grande albero proteggendola persino dai venti gelidi invernali. E’ decisamente il posto adatto dove concedersi un momento di pace. E’ Il luogo migliore dove inseguire i sottili e magici fili che corrono tra realtà e fantasia. Sono convinto che tutti custodiscano un luogo così nel loro cuore. Il mio è questo.  Anche se, a dire la verità, tutto mio non è. L’ho preso in prestito. E non dal primo venuto. E’ stato William Shakespeare ad avermelo fatto conoscere. Lo descrive nel suo testo teatrale “Sogno di una notte di mezza estate”. Il primo testo teatrale che ho letto in vita mia e che ho amato subito moltissimo. Recitando le parole di questo testo è accaduto che la mia professione diventasse quella dell’attore.

Sotto il grande albero,  un gruppo di teatranti improvvisati e irresistibili si riunisce per preparare una “farsa molto tragica” in occasione del  matrimonio tra Teseo e Ippolita. La quercia del Duca nella storia ha un ruolo decisamente marginale, ma  mi è sempre piaciuto pensare che avesse qualcosa di segreto e di magico.  Perciò spero che il grande drammaturgo non si arrabbierà se vi invito a mia volta sotto le sue grandi fronde, per  iniziare insieme un viaggio in più puntate attraverso i miei due più grandi interessi: il teatro e la natura. Una passeggiata  letteraria  tra gli elementi naturali che caratterizzano le più affascinati opere di teatro mettendone in luce il loro valore simbolico.

Da dove cominciare? Direi proprio dal “Sogno” di Shakespeare. Sorvoliamo la trama che già molti conosceranno, accendiamo la fantasia, accomodiamoci sull’erba soffice sotto la grande quercia e iniziamo:

La notte

Come non partire proprio dal titolo? La notte comprende ed influenza con la sua ricchezza di significati anche gli altri due elementi che seguiranno. Essa è, infatti, la madre primordiale, generatrice di tutti i principi cosmici. Sono gli Inni Orfici a raccontarci che essa si congiunse al vento e depose un uovo d’argento: la luna.

Prima Fata: “Voi, serpi maculate dalla lingua bifida,
sparite, e voi ricci dalla groppa ispida,
vermi e ramarri, non v’appressate,
non fate male alla regina delle fate.
Né magia, né malia, né danno
Rechi alla regina affanno.
Buona notte, ninna nanna”.

Figli della notte erano considerati il Cielo e la Terra, il Sonno e la Morte. È madre universale a cui è legato l’elemento acquatico e sotterraneo. Da essa nascono tutte le possibilità. È la dimensione del sogno e dell’eros, l’ingresso nel regno del fantastico e dell’occulto Nell’opera permette ai personaggi di entrare nel mondo del sovvertimento del reale. Il così detto “mondo a rovescio” che da sempre è riconosciuto come topos letterario della letteratura fantastica.

È sempre nelle tenebre che i protagonisti sono travolti dalla provvisorietà dei sentimenti umani, dal loro contraddirsi e dalla loro mutevolezza. Un contro altare alla vita di palazzo dove essi sono imbrigliati nel rapporto di forze espresso dall’ordine sociale. Il regno della tenebra si manifesta in un luogo che è la sua dimora naturale per eccellenza. Un luogo che si fa portatore del medesimo valore simbolico arricchendolo però di una dimensione ancora più ricca e imprevedibile:

Il bosco

Oberon: “Ecco il mio messaggero. Dunque, spirito pazzo,
che incanto regna stanotte nel bosco?”

Due elementi, il bosco e la notte, compenetrati l’uno nell’altro. Sono i luoghi del selvaggio, del predatore che si muove solo nel buio. Entrambi portano con sé il valore della maternità. Un maternità che nasconde un aspetto minaccioso e disorientante. E’ un ventre, quello del bosco, che accoglie l’humus del disordine, un substrato in cui, attraverso la macerazione vegetale, nascerà nuova vita in modo molto diverso dal paziente coltivare. Un ordine che si auto organizza dal caos. Dove male e bene, luce ed ombra, comunicano e si intrecciano indissolubilmente. Titania e le sue Ninfe abitano proprio questi territori al contempo affascinanti e pericolosi. Nella storia sanno essere terribili e accudenti. Così, questi valori simbolici si esprimono anche nei giovani innamorati che attraversano il bosco sperimentando il sovvertimento della realtà a cui erano abituati. Avvolti dalle tenebre rischiano di perdersi nel grande gorgo del caos, ma è proprio il bosco stesso a restituirli ad una quotidianità rinnovata attraverso l’azione delle sue creature e dell’ultimo dei tre elementi naturali di cui parleremo.

La viola del pensiero

È questo il vero filo rosso di tutta la vicenda. La viola del pensiero porta scompiglio e, tuttavia, permette il costituirsi di un nuovo ordine al termine della storia. E’ una pianta boschiva quindi legata anch’essa al mondo notturno e alle alterazioni di coscienza. Si pensi, ad esempio, alle qualità soporifere del papavero. La viola, proprio in quest’ottica, assume il ruolo ideale per essere raccontata come pianta dai poteri magici.

Oberon: “Portami quel fiore; una volta che te ne ho mostrato la pianta.
Il suo succo, versato sulle palpebre di chi dorme,
lo farà impazzire d’amore, uomo o donna che sia,
per la prima creatura vivente che vedrà al risveglio.
Portami questa pianta, e vedi di tornare
Prima che il leviatano abbia percorso a nuoto una lega”.

Un fiore quindi legato all’amore e alla capacità di carpire i sentimenti  altrui. Le leggende francesi narrano che fosse possibile attraverso i suoi petali tricolori scorgere il volto dell’amata e fin dall’antichità era conosciuto come un potente filtro d’amore. Proprio come gesto d’amore Ofelia, al culmine della sua follia, offre ad Amleto una viola del pensiero poco prima di essere cacciata in convento. La mitologia racconta che quando Ade rapì Persefone sua madre Demetra, dea delle colture, rese la terra sterile per disperazione. Intervenne quindi Zeus che convinse Ade a permettere a Persefone di trascorrere ogni primavera e ogni autunno con la madre. Demetra allora fece ritornare la terra fertile e la prima volta che la figlia fece ritorno le fece trovare il terreno cosparso di viole.

Eccoci arrivati alla fine di questo nostro primo incontro. Spero che il posto sia stato confortevole come lo è sempre stato per me. Se non avete ancora letto questo fantastico testo teatrale vi invito a farlo il più presto possibile. I mondi in cui vi porterà per mano sono molti e molti di più di quelli che abbiamo attraversato in queste poche righe. Quale sarà il prossimo testo di cui esploreremo gli elementi naturali? C’è un solo modo per scoprirlo: tornare alla Quercia del Duca e … mi raccomando …

Zeppa: “Ci vediamo alla quercia del Duca”
Rocchetto: “Ci vediamo alla quercia del Duca, e chi manca è un vigliacco”.

 

 

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